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La “Via humanitatis”
di Don Giacomo Alberione

 

L'introduzione e il testo critico della "Via humanitatis" che qui pubblichiamo è tratto da: ROSARIO F. ESPOSITO SSP,
La dimensione cosmica della preghiera
,
© Società San Paolo, Casa Generalizia, 1999.

 

ROSARIO F. ESPOSITO INTRODUZIONE Il

«dono natalizio» del 1947

L’opuscolo Via humanitatis uscì in piccolo formato (cm. 10 × 14,8) mentre fervevano i lavori per la costruzione del Santuario della Regina degli Apostoli. Fin dagli anni ’30, come la documentazione che presentiamo più oltre dimostra, Don Alberione collocava il titolo di Regina degli Apostoli accanto a quello di Regina della Storia, che nella sostanza affermava l’allargamento più universale che si possa immaginare, e che sfocia poi nel titolo di Madre dell’umanità. Mentre l’edificio murario cresceva, egli intendeva animare questa crescita apostolica e universale delle sue comunità. Abbiamo cercato di ricostruire le circostanze della pubblicazione di questo manifesto della preghiera cosmica. Suor M. Rosaria Visco, delle Figlie di San Paolo, a quell’epoca collaborava nella segreteria di Don Alberione, ed ebbe l’incarico di dattilografare il manoscritto; ha affermato che egli teneva molto a che questa preghiera si celebrasse sovente e che diceva di volerne rappresentare i contenuti nella pittura, nella sottocripta del Santuario. Un’altra testimonianza viene dalla nota archivista Sr. Lorenza Binni, della stessa congregazione, che a quell’epoca era novizia. Ella mi ha scritto: «Non ricordo se il 26 o il 27 dicembre del 1947, il Primo Maestro venne a tenerci una meditazione nella cappella della comunità romana delle Figlie di San Paolo. Ricordo questa frase: “Questo libricino, sono 20 o 25 anni che l’ho pensato, prima di farvene dono. Usatelo per la vostra pietà, meditatelo davanti a Gesù nel corso della visita eucaristica. Lui, il Maestro Divino, vi farà capire la vostra via, quella in cui dovete camminare con fede”».

pag. da 3 a 20

INTRODUZIONE

La Dott.ssa Teresa Vitalini, connovizia della Binni, in servizio nell’Ospedale paolino Regina Apostolorum di Albano, ha confermato queste circostanze. A proposito della sua lunga elaborazione abbiamo raccolto alcuni dettagli da Sr. Agata Bernardini, già missionaria in Estremo Oriente. Ella fece parte del primo gruppo di paoline che, fra il 1935 e il 1936, cominciarono i corsi regolari di filosofia e teologia, con lo stesso curriculum degli studi seminaristici coevi. Don Alberione insegnava parecchie materie. Nel corso di queste lezioni, parlava sovente del progetto della Via humanitatis indicandolo già con questo preciso nome. Non sarà fuori luogo notare che, per quanto è possibile oggi giudicare, gli anni ’30 sono stati fra i più fecondi di idee, progetti, scritti, fondazioni. Don Alberione non era più assillato, come per l’innanzi, da occupazioni d’ogni genere, perché la prima generazione era in grado di aiutarlo sostanziosamente. Assimilava intensamente i documenti pontifici e la produzione libraria cattolica, anche perché i giornali e la rivista Pastor bonus ricevevano molte opere e periodici in recensione o in cambio. E nelle ore libere del giorno, o della notte, scriveva incessantemente. Il concetto di Via è per lui indubbiamente di derivazione biblica. Ma non erano estranei i riferimenti della patristica; nel quadro XVII il richiamo alla Lettera a Diogneto è evidente. Personalmente ebbi l’occasione di discutere con lui uno studio, poi non eseguito, sulla Via o Shari’ah coranica, e vidi che il tema per lui non era nuovo (cf. Carissimi in San Paolo, cit., p. 1253). Queste ed altre circostanze sono state comunque confermate e illustrate anche da Don Antonio Speciale che fu segretario di Don Alberione fino alla sua morte, e seguì da vicino la costruzione del Santuario e le direttive che il fondatore non cessava di dare ad architetti, ingegneri, artisti. Ricordi e impressioni sono stati confermati da Fratel Silvano De Blasio, anch’egli addetto alla sua segreteria particolare. In realtà i trenta pannelli della Via humanitatis erano destinati a creare un ciclo che avrebbe dovuto coprire per tutto

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il perimetro le pareti dell’immenso spazio della sottocripta del Santuario di Via Alessandro Severo. Questo gradatamente fu occupato da vari uffici e magazzini, nonché dai primi impianti di sviluppo e stampa e di redazione della San Paolo Film, sottraendo alla progettazione originaria non meno di quattro quinti dello spazio complessivo. Ne venne fuori una cappella che ospita i resti mortali di Don Alberione e di M. Teresa Merlo, confondatrice delle Figlie di San Paolo, mentre quelle del Beato Timoteo Giaccardo sono state traslate nella cripta superiore. Teocentrismo e connotazione mariologica Il proemio della Via humanitatis è di una schematicità tipica in Don Alberione, ma è un condensato di quella pancatechesi alla quale ci riferivamo più sopra, nel senso che l’impostazione trinitaria non lascia mai in penombra l’esigenza antropologica. L’ingresso del mistero trinitario nella storia salvifica visibile si effettua attraverso il Cristo e la Chiesa. La presenza mariana è una costante sulla quale non vorremmo esprimerci in maniera semplicistica: indubbiamente la gerarchia dei valori è professata ad ogni istante, e la Ss. Vergine è collocata con chiarezza nella comunità umana, con funzione di leader e di summa humanitatis. Ma tale presenza e funzione, per quanto ci è possibile comprendere, qui ha una portata che raramente ci è accaduto di constatare in altri filoni teologici: è la base epistemologica del discorso teologico, la connotazione dell’intero rapporto fra l’umanità e la divinità, il clima nel quale questo dialogo teandrico nasce, si sviluppa, si consuma. Questo mistero teandrico compenetra tutte le realtà. Il motto dello stemma paolino fondazionale, tratto dal racconto evangelico di Betlemme, riassume lapidariamente questo equilibrio fra le ragioni del verticalismo e quelle dell’orizzontalismo: Gloria a Dio, pace agli uomini. Il primato di Dio è affermato solennemente; non meno chiaramente è affermata la presenza dell’uomo, per il quale bisogna ristabilire la felicità distrutta dal peccato d’origine.

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La preminenza della cristologia è ben evidente. In Cristo Maestro infatti Don Alberione vede il restauratore universale ed il centro della raggiera dell’annuncio strumentale, ordinato a stabilire nel mondo gloria e pace. Ma funzionalmente lo scrittore evidenzia la presenza mariana, espressa chiaramente nel sottotitolo della Via humanitatis: «Per Mariam in Christo et in Ecclesia». È facile notare la sua preoccupazione di non dimenticare nessun elemento teologico e catechetico: la Madonna è via al Cristo, il quale è Maestro universale, cioè Via Verità e Vita dell’uomo e della Chiesa. Si comprende come il fondatore, tra le proposte avanzate nella fase antepreparatoria del Concilio, abbia elencato la proclamazione del dogma della mediazione universale della Ss. Vergine. L’impostazione di questa mariologia è incentrata nel mistero trinitario, e più volte abbiamo avuto occasione di mostrarlo. Il cap. VIII della Lumen gentium, pur accentuando la presenza mariana nel mistero cristologico e in quello ecclesiologico, ha spunti che di fatto si portano sull’economia eterna del mistero salvifico, pur non facendo esplicitamente riferimento alla Ss. Trinità. Nell’art. 61 si parla infatti della Ss. Vergine la quale in vista dell’incarnazione del Verbo è «predestinata fin dall’eternità quale Madre di Dio» e che «per disposizione della divina Provvidenza» svolge la sua missione accanto al Cristo. Il richiamo antropologico del proemio della Via humanitatis si esprime infine nella carità, vincolo della perfezione, indicata non solo come struttura portante della comunità umana, ma anche come vettrice ed irraggiatrice dell’annuncio salvifico, nel senso che è vista come istanza d’apostolato. Sovente Don Alberione attribuì alla Madre di Dio il titolo di Madre della Chiesa, anzi, ispirandosi alla enciclica Adiutricem populi di Leone XIII (5-9-1895), preferì il titolo di Madre, Maestra e Regina degli Apostoli. Ma in conseguenza della maturazione che lo ha portato alla Via humanitatis, anche questi titoli gli appaiono limitativi. I viaggi che compì a partire dal 1946, la riflessione sul carisma paolino, approfondita attraverso la redazione delle Costituzioni definitive e la

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rifusione e l’arricchimento del manuale L’Apostolato dell’Edizione, lo indussero alla formulazione del titolo planetario di Mater humanitatis.

Il “Cristo invisibile nella Chiesa visibile”

Nel prologo della Via humanitatis viene enunciata la presenza eterna del Cristo nella storia: «L’uomo e l’umanità per Cristo invisibile nella Chiesa visibile hanno ogni bene temporale ed eterno». In diversi momenti l’autore espresse in questa prospettiva concetti che annunciano o commentano il progetto impostato nell’opuscolo del 1947 e perfezionato in seguito. Richiamo qualche testimonianza che mi sembra particolarmente coerente col “dono natalizio”. Nell’epoca immediatamente anteriore ad esso lo preannunciò in un ritiro predicato alle Figlie di San Paolo, stampato in quella stessa circostanza, che ovviamente risente di questo particolare “genere letterario”, sotto il titolo Ritiro: ottobre 1944. - La devozione al Divin Maestro (fascicolo di 12 pp.).1 Presenta subito la finalità di questa “devozione”. Bisogna anzitutto ricordare che con questo termine Don Alberione non indica solamente un impegno o una visione ascetica, bensì un’impostazione generale del pensiero, dell’agire e del comunicare. Sostanzialmente lo si dovrebbe tradurre in concezione del mondo, o, in linguaggio più tecnico, Weltanschauung. In una predica dell’undici marzo 1951, sulle Tre devozioni fondamentali, diceva: «La devozione non è la semplice preghiera. È la fede viva, la vita santa, la preghiera» (Prediche sparse, fasc. con la data anzidetta, p. 3: le testimonianze analoghe sono innumerevoli). Applicando il Metodo Via, Verità e Vita, intende garantire in ogni caso la compartecipazione di tutto l’essere – mente, volontà, cuore – e di tutti gli interessi della

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1 Presso le Figlie di S. Paolo di Roma esiste una copia di questo ritiro con correzioni autografe del B. Giaccardo. Nel caso in cui la predica fosse dovuta a quest’ultimo, si avrebbe una dimostrazione in più dell’importanza che il fondatore annetteva all’argomento, al punto di coinvolgervi il suo Vicario generale e confidente privilegiato

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fede, della filosofia, della sociologia, della cultura, della civiltà, della liturgia, ecc. Insegna dunque ad orientarsi in maniera che il Cristo «ci faccia comprendere, apprezzare, praticare ed amare il valore della paternità spirituale» (p. 1). Fa risalire al Cristo, per la mediazione di San Paolo, questa spiritualità, e con un cenno chiaramente autobiografico (p. 3), soggiunge che il Signore «si è servito di un sacerdote che ha compreso San Paolo e il Maestro Divino; ma fonte, fondamento e radice è Lui. E cioè: noi non siamo figli di un mistero particolare di Gesù, ma di Gesù tutto intero: figli del Vangelo, della Croce e degli esempi suoi, figli del vivit in me Christus» (Gal 2,20). Passa poi all’analisi di questa impostazione della vita e della pietà ispirandosi ad Ef 3,18 ed anzi allargando notevolmente l’orizzonte: espone infatti l’estensione, l’altezza, la larghezza, la lunghezza, la profondità e la sublimità. A conclusione del sacro trattenimento passa dalla piccola ascetica quotidiana al progetto eterno ed universale di Dio: «Che vi eleviate! Mirate a Gesù, a S. Paolo, aprite il cuore, correte fin là. Spiccate il volo, abbandonatevi alla fiducia in Dio e lasciatevi portare. Pensate all’eroismo della povertà che fa gioire nell’inopia, all’eroismo della purezza che ogni giorno e in ogni luogo si estende e aderisce al Signore, di quell’obbedienza che vede nei superiori la volontà di Dio... Ed eroismo nella vita comune e nella carità gioiosa... Eroismo nella preghiera, quando la mente è distratta ed il cuore è freddo. Eroismo nel vostro apostolato che costa tanto. Che diventiamo anime capaci di vivere nel seno della Ss. Trinità!... Dal caldo del cuore verginale di Maria sbocciò il fiore Gesù; dallo stesso caldo cuore verginale dobbiamo sbocciare anche noi, che, secondo il concetto di Dante, siamo come i petali della Candida Rosa» (pp. 11-12). Nell’istruzione XII del corso di esercizi di un mese tenuto alla Casa del Divin Maestro di Ariccia (UPS II, 368-369) la ricapitolazione della Via humanitatis appare molto articolata. Anzitutto viene proposta la dimensione trinitaria del progetto:

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«Vi è una linea retta tra In principio erat Verbum et Verbum erat apud Deum e la consumazione dei tempi e l’eternità nostra in Dio per Gesù Cristo. Questa linea – o via – è Gesù Cristo, Via, Verità e Vita. Dio è uno nella natura, trino nelle persone, e, per attribuzione, si dànno la potenza al Padre, la sapienza al Figlio, l’amore allo Spirito Santo» (p. 368). Presenta poi l’inizio trascendentale della storia del mondo e dell’uomo riportandosi al mistero trinitario: «Le opere di Dio ad extra sono delle tre Persone. Disse Dio: Facciamo l’uomo ad immagine e somiglianza nostra» (p. 368). L’esposizione della storia salvifica del “dono natalizio” è impostata sul “kairòs” nel quale, nella pienezza dei tempi, si inscrive il krónos: «Dio elevò l’uomo all’ordine soprannaturale, conferendogli la grazia divina; dono gratuito, appunto perché è grazia. E questa, riflettendosi sull’intelligenza produsse la fede; riflettendosi sul sentimento, comunicò un amore soprannaturale; riflettendosi sulla volontà comunicò una particolare fortezza: Dio erat simul condens naturam et infundens gratiam» (p. 369). Nella storia umana irrompe il dramma del peccato originale: il Figlio «venne a riparare la primitiva costruzione, restaurare l’uomo e le sue facoltà»: la mente, la volontà, il cuore. La crescita dell’uomo redento giunge fino a quella che il fondatore enunciò ripetutamente, cioè la cristificazione, la quale in questa prospettiva, concedendoci una robusta licenza filologica, potrebbe definirsi “trinitalizzazione”: «Gesù Cristo vive nel cristiano, rifatto a immagine e somiglianza di Dio Uno e Trino: in G. Cristo in cielo, in G. Cristo, di cui è membro; si immergerà per il Cristo in Dio Uno e Trino; ogni Persona divina contribuisce alla beatitudine dell’uomo, delle sue tre facoltà. Perché sia piena la felicità, ogni facoltà sarà appagata nelle sue aspirazioni» (p. 369). La consumazione del percorso dell’umanità entra nei cieli nuove e nella terra nuova. Tutto il creato confluisce nell’eter

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nità nella medesima immersione divina in cui era progettata al principio: «Incomincia l’eternità felice: la vita è stata G. Cristo; la retta ha il compimento. Tutto il mondo è un intero esemplare di Dio. Uno e Trino» (p. 369). Don Alberione come teorico - Una visione universale La vastità del progetto impostato nella Via humanitatis è di un’evidenza assoluta e richiama alla mente quello espresso nella Bibbia ed in molte pagine della letteratura patristica e teologica. Esso è maturato in un arco di tempo abbastanza prolungato, e lo si vedrà nella documentazione presentata in appendice. Per cercare di avviare il suo approfondimento, mi sembra opportuno impostare una riflessione più accurata, che ho messo in atto in un articolo monografico del quale riprendo alcune pagine che mi sembrano più significative, soprattutto in relazione ai primi tempi della sua vita sacerdotale. 2 L’attenzione prestata alla preghiera ed alla meditazione è presente nel ricordo dei suoi figli e figlie, ed anche storici e studiosi ne hanno tenuto debitamente conto; altrettanto accurata è l’attenzione prestata alle realizzazioni apostoliche concrete mentre generalmente si è dato poco spazio all’aspetto culturale e psicologico, anzi strettamente scientifico che ha preceduto, causato ed accompagnato queste espressioni esteriori del suo impegno carismatico. Probabilmente la dimostrazione più eclatante di questo status questionis è nella serie di antologie alberioniane che riportano splendidi e ricchi stralci delle sue opere, ma indicano il tutto col termine intuizione, escludendo di fatto involontariamente ma decisamente l’area dell’elaborazione razionale. Riprendo le schede dalla mia Bibliografia della Famiglia Paolina (EP, 1983):

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2 R.F. ESPOSITO, Don Alberione come teorico dell’evangelizzazione tecnotronica (1907-1922), (“Palestra del clero”, a. 73, n. 10, ottobre 1994, 767-795).

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36 - L’apostolato paolino nell’intuizione del Primo Maestro, a cura delle FSP, Roma, 1977, 106. Ciclostilato.
42 - G. ALBERIONE, La suite du Christ Maître dans l’intuition du Fondateur. Documents recueuillis par l’équipe du charisme, Montréal, 1980, pp. 120 non numerate.
43 - AA.VV., Discipulado en la intuición y la experiencia de nuestro Fundador, Bogotá, Encuentro latino-americano del carisma, 1980, 149.
44 - ID., Experiencia de vida sobre (el) Discipulado paulino, Id., Ibid., 1980, 256.
45 - L’annuncio di Cristo Maestro nell’intuizione di Don Giacomo Alberione. La missione paolina, Roma, 1980, 106.
46 - Sequela di Cristo Maestro nell’intuizione del Fondatore, a cura dell’équipe “Carisma”, Roma, 1980, 62.
47 - Sguardo su Cristo Maestro nell’intuizione di Don Alberione. La preghiera paolina, a cura dell’équipe “Carisma”, Roma, 1980, 84.
48 - Crescita della persona nella comunità. La formazione continua nell’intuizione di Don Alberione, Roma, 1981, 92. Poiché la distorsione nella ricerca alberioniana trova in questo ambito una delle sue espressioni più vistose, ritengo opportuno proporre una riflessione specifica sull’argomento.

Intuizione e razionalità

Sostanzialmente il campo dell’intuizione si distingue nettamente da quello della razionalità. Il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia (Utet, VIII, 380) la definisce «atto conoscitivo che è caratterizzato dal rapporto diretto del soggetto conoscente con l’oggetto conoscibile, che si applica quindi per apprensione immediata, senza mediazione della ragione discorsiva». Rosmini la definisce: «apprensione immediata dell’idea dell’essere in generale»; Gioberti: «rapporto immediato, totale e necessario della mente umana con Dio e con la sua azione creatrice»; B. Croce: «l’arte in quanto particolare tipo di conoscenza creativa, la quale non si serve di concetti, non distingue tra ciò che è rea

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le e ciò che è irreale, ha carattere individuale ed esprime direttamente il proprio oggetto». Ugo Viglino nell’Enciclopedia cattolica (VII, 121-123) ne descrive i due momenti caratteristici: a) percezione immediata di un valore, di un principio, di un fatto, come l’intuizione platonica, galileiana, einsteiniana; b) conoscenza pronta e subitanea sia di verità teoretico-astratte che di fatti o rapporti pratico-concreti. – Il tipo intuitivo «afferra di colpo, per semplici indizi, il significato di un fatto o problema; l’esatto valore di una situazione»; il tipo discorsivo è quello cui «occorre un più lento processo di analisi, raffronto, deduzione ». In Don Alberione è da affermare la presenza dei due momenti, in fasi successive; come vedremo, il secondo prevale poi nettamente. Michele Federico Sciacca nella stessa Enciclopedia definisce il razionale «ciò che appartiene alla ragione o è ad essa conforme; in questo senso si dice razionale la dimostrazione, la deduzione, come l’attività stessa della ragione, consistente nel combinare concetti e proposizioni». Siro Contri nell’Enciclopedia filosofica dei Gesuiti di Gallarate (Sansoni, V, 1967, 558s) definisce il razionale «ciò che è dotato di ragione, cioè di facoltà conoscitiva superiore; significa anzi la presenza di tale prerogativa accanto a prerogative di ordine inferiore, sensibile e materiale, e quindi il carattere distintivo (la differenza specifica rispetto al genere [prossimo]) dell’essenza dell’uomo, che si definisce animal rationale, ed è espresso oggi comunemente in italiano col termine di ragionevole».

Presenza delle “intuizioni”

La presenza delle intuizioni non è da escludere dalla vita di Don Alberione, come non è da escludere da quella di ogni uomo; ogni biografia ha il suo momento-Annunciazione o, se si preferisce, il momento-Damasco. La fiction di tutti i “generi letterari” in proposito offre pagine eloquenti. L’osservatore ed il biografo devono delineare con diligenza l’insorgere e le caratteristiche del fenomeno, e più ancora il suo esauri

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mento, che si compie nel momento della elaborazione critica. In Don Alberione l’intuizione rappresenta la fase iniziale, che possiamo definire scatenante, alla quale succede la graduale impostazione definitiva dell’esistenza come pensiero e come azione. In ordine cronologico la prima manifestazione intuitiva, per quanto è possibile documentare positivamente, è quella che ebbe luogo dinanzi alla maestra Rosa Cardona: «Mi farò prete!» (AD 9, anno 1890-91): questa esplosione di grazia maturò attraverso circostanze (slanci, crisi, propositi e decisioni) fino all’ordinazione. Momento-principe, la notte del secolo (AD 13), il cui impatto si manifestò in maniera talmente chiara che il futuro can. Giordano incontrandolo il mattino del 1° gennaio 1901 non riuscì a tacerglielo (AD 21), ma immediatamente dopo scrive che la gestazione di quella intuizione fu costante e diuturna: «Da allora questi pensieri dominarono lo studio, la preghiera, tutta la formazione; e l’idea, prima molto confusa, si chiariva, e, col passar degli anni, divenne anche concreta». Il problema del reclutamento e della formazione delle vocazioni occupò gli esercizi spirituali fatti dal 1909 al 1918, e lo discusse instancabilmente coi superiori (AD 36); studiò accuratamente il messaggio dei grandi capiscuola della vita religiosa e spirituale (AD 39, 159); spesso occorreva “una maturazione serena, calma” (AD 47); «per cinque anni lesse due volte ogni giorno un tratto della storia universale della Chiesa del Rohrbacher, per altri cinque anni quella dell’Hergenröther, per otto anni quella del Cantù, estendendosi alla storia della letteratura, dell’arte, della guerra, della navigazione, della musica in specie, del diritto, delle religioni, della filosofia» (AD 66); così per la bibliografia liturgica (AD 71), i metodi catechistici (AD 78), la crisi modernista e il Non expedit (AD 49, 53, 62), le dottrine e le prassi politiche, ecc. Tutte le svolte e le maturazioni effettuate seguono questo cammino fatto di preghiera, meditazione profonda, studio: una lettura delle fonti e delle biografie alberioniane conferma ampiamente questo itinerario.

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Dall’intuizione all’elaborazione critico-razionale ed operativa S’impone ora l’esigenza di documentare il rapporto tra le sue intuizioni e la sua mentalità critico-razionale. È ben noto che il Primo Maestro non ha mai improvvisato, non ha mai dattilografato, né mai ha scritto pagine di getto, ma ha sempre macerato gli scritti e la predicazione con lunghe meditazioni e profondi ripensamenti. La correzione delle bozze imponeva ai tipografi laboriosi rifacimenti. Dedicheremo qualche riflessione agli argomenti che in proposito ci sembrano più probanti. Una prima attenzione va riservata ai suoi quaderni, molti dei quali risalgono all’epoca della formazione seminaristica, e perciò sono strumenti eloquenti sul cammino percorso per innervare nel pensiero e nella prassi quotidiana le illuminazioni avute nell’adolescenza e nella gioventù. Rimandando a studi già fatti, ma più ancora a quelli che si faranno, mi limito a due esempi. Il primo riguarda il quad. n. 36 e risale al 1901: un diciassettenne che riassume i primi due volumi della Storia universale di Cesare Cantù, la quale viene praticamente vivisezionata con un accanimento spietato. In pagine terribilmente fitte il pensiero dello storico viene delineato con grande diligenza, le scoperte registrate in ogni angolo della terra vengono catalogate e proiettate nel futuro, riprese poi e strutturate nei suoi ardimentosi progetti unificanti ed universalistici. Un altro quaderno, conservato nel seminario albese e favoritomi a suo tempo dal Can. Natale Bussi, è interamente dedicato alla storia, con particolare attenzione, ovviamente, a quella ecclesiastica. Il quaderno ricorda, a proposito della Massoneria, la Civiltà cattolica di un 1910, che potrebbe essere un 1916; preferirei la seconda lettura, perché essa dimostrerebbe che anche nel bailamme dell’opera fondazionale il Primo Maestro trovava il tempo per dedicarsi a studi così impegnativi. Il blocco, che consta di circa 70 facciate, offre un campionario di tecniche, segno evidente della stesura non continua,

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ma episodica: mezze pagine in bianco, scritture minutissime, altre calligrafiche, a volte su due colonne, schemi, cancellature, ripensamenti. Mi limito all’analisi del testo intitolato Massoneria su quattro facciate. Vi riassume la dottrina allora corrente su questo argomento, ma, come accadrà sovente nei suoi lavori, alle pagine che possono essere indicate come d’ordinaria amministrazione, alterna d’improvviso lampi di genialità che rendono il discorso profondamente originale. Così, non esita a riconoscere, al di là di tutto il male che le si scaricava addosso, anche alcuni meriti della Massoneria. Nella prima facciata definisce i massoni “pontifices e muratori”, cioè costruttori di ponti e di altri edifici. In apertura della p. 2 scrive poi: «I cattolici sbagliano in due modi; altri negarono il male della Massoneria, e fin la esistenza. Altri attribuirono troppo alla Massoneria: ogni male dell’universo... ». Un altro testo è intitolato Tesi di Storia Ecclesiastica (maiuscole nel t.), su una sola facciata. Distribuisce la materia in cinque punti, ed a tratti si distacca sensibilmente dallo spirito apologetico, aprendosi al dialogo. Il n. 4 è così formulato: «Il liberalismo, il naturalismo e l’indifferentismo cagionarono diversi danni, ma portarono pure diversi vantaggi». Anche la sua maturazione tomistica offre validi motivi di riflessione. Nell’AD (n. 91) scrive che nel 1904 organizzò un’accademia seminaristica in cui tenne una relazione sul venticinquesimo dell’enciclica “Æterni Patris” sopra la filosofia. Si richiamò all’Angelo delle Scuole, cioè a San Tommaso d’Aquino, in molti articoli, opere e predicazioni, ma accentuò progressivamente l’approccio interdisciplinare alla fede secondo il metodo Via Verità e Vita. Nel grande dottore medievale inoltre addita il punto di riferimento privilegiato del sogno alimentato per tutta la vita, di pervenire all’unificazione di tutte le scienze attorno alla teologia. Tale progetto si collega intimamente con l’integralità che discende dall’autodefinizione cristologica, che egli dilata “Gesù Maestro Via Verità e Vita”. Nell’AD (n. 192) offre la testimonianza d’una progressione durata prati

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camente tutta la vita e validamente proiettata nel futuro: «Durante i corsi teologici, studiando, oltre i trattati della scuola, la Somma filosofica di San Tommaso, e conferendo spesso con il can. Chiesa, sull’impresa del Santo, di raccogliere le scienze antiche, specialmente la filosofia di Aristotele, e unificarle, si concludeva sempre: – Uniamoci in preghiera perché la Divina Provvidenza susciti un Nuovo Aquinate, che raccolga le sparse membra, cioè le scienze, in una nuova sintesi metodica e chiara, anche se breve, e ne formi un unico corpo». Ci sono argomenti di carattere redazionale che illuminano a loro volta il rigore di Don Alberione nel portare nella vita le illuminazioni della prima ora della sua vita spirituale. Vanno ricordate le bibliografie che costellano le opere di questo tratto della sua vita, particolarmente gli Appunti di Teologia Pastorale e la Donna associata allo zelo sacerdotale, come pure quelle elencate sommariamente nell’AD, specialmente quella della liturgia (n. 71) o l’affermazione relativa alla sua lettura “per due anni” dello Swoboda e del Krieg (n. 84). Inoltre lo studio approfondito del Movimento cattolico e degli sviluppi del modernismo e delle ideologie politiche come il socialismo ed il fascismo (Ivi, tra l’altro i nn. 20, 49, 51, 62, 156, 172, ecc.). Anticipò di gran lunga la teoria di McLuhan su “la città come aula” scolastica, affermando che «tutto era stato scuola e orientamento» (Ivi, nn. 56, 73, 76, 80, 90). Di tutto prendeva coscienza puntigliosamente, e non scriveva una sillaba che non fosse ampiamente documentata; questo non significa che nella sua opera manchino gli orientamenti datati, com’è il caso delle posizioni intransigenti (Paganuzzi) qualche volta chiaramente preferite sia in politica che nella valutazione teologica, specie nei tempi turbinosi del modernismo. Libri e articoli hanno avuto un iter laborioso e sovente sofferto, com’è attestato dai manoscritti che ci sono rimasti. Personalmente fui impressionato particolarmente dal testo di alcune prediche del corso di esercizi di un mese (1960), confluite nell’Ut perfectus sit homo Dei. In alcuni casi ci si trova

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di fronte a veri cimiteri, cosa che accade anche in alcuni quaderni ed in articoli del San Paolo tanto dell’epoca ciclostilata che di quella stampata. Una seconda verifica la effettuava nella correzione delle bozze, alle quali non rinunciava in nessun caso, al punto che non è fuori luogo affermare che egli è il miglior curatore dell’edizione critica delle sue opere. È opportuno infine fare una notazione sulla sua predicazione. Anche qui, non ha concesso nulla all’improvvisazione. Tutte le sue prediche sono state scritte prima di essere pronunciate. Ha sempre parlato tenendo avanti il manoscritto, o i suoi quaderni, sovente avvertendo che usava quelli scritti vari decenni prima. Ha parlato senza appunti solo raramente, quando lo faceva dall’altare o in qualche occasione di prammatica.

* * *

Il termine intuizione va decisamente escluso nell’opera di Don Alberione. Dev’essere sostituito da quello di insegnamento o da altri similari, come dottrina, magistero, teoria, ecc. Non ha perseguito queste elaborazioni in maniera formale o accademica, ma lo ha fatto con un impegno instancabile, alla maniera patristica o, se si preferisce, sapienziale, ma rigorosa. In tutta la vita ha dovuto dimostrare delle tesi, di fronte a se stesso, ai membri della Famiglia Paolina, soprattutto di fronte all’autorità ecclesiastica, in ordine all’impostazione giuridica e carismatica della sua «novità»: l’opera pubblicistica è una predicazione della Parola di Dio fatta attraverso gli strumenti della comunicazione sociale, con pari dignità ed effetti rispetto alla predicazione orale.

Linee per una lettura teologica del testo

La derivazione biblica. – Il richiamo al messaggio biblico, trascritto a volte alla lettera, è la piattaforma di tutto l’opuscolo, il quale in diversi casi si presenta come un centone di espressioni dei due Testamenti. Coloro che vissero accanto all’A. all’epoca in cui la Via fu redatta ricordano bene

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che alla visita eucaristica – indubbiamente anche in altri momenti di preghiera che sfuggivano alla nostra attenzione – egli leggeva instancabilmente la S. Scrittura. Ma questo ancoraggio con la Sacra Pagina è una costante dell’intera vita di Don Alberione, fin dai tempi della formazione seminaristica, e tutte le sue opere sono imbevute di mentalità biblica e costellate di espressioni scritturali, prevalentemente citate in latino. Inutile ricordare che egli fa sempre una lettura di edificazione, una lettura “pastorale” come egli preferiva dire, e quindi prescinde dai problemi della critica testuale (legge la Volgata e le traduzioni relative) e da quelli ermeneutici, filologici e simili. Riportandosi ai ben noti insegnamenti di Sant’Agostino e di San Gregorio, egli considera la Bibbia come la lettera che il Padre Celeste ha inviato ai suoi figli, per render loro nota la via da seguire per raggiungere la salvezza eterna.

L’orientamento trinitario. – È la base e la cornice della dimensione cosmica della preghiera e dell’impostazione teologica espressa in questo opuscolo e nel progetto di universale unificazione del sapere e del vivere umano. Impegnato a reperire le “ultime cause” e le ragioni supreme dell’unità del genere umano, della storia e dell’escatologia, Don Alberione si fonda sul mistero della Ss. Trinità. Il richiamo alle Tre Persone divine è esplicito nella creazione (I), nel piano della redenzione e del protovangelo (III), dell’alleanza e della legge (V), nell’incarnazione del Verbo (VII), nella morte redentiva del Cristo (XII), nella Pentecoste (XV), nell’escatologia (XXVI). Il richiamo a due delle Tre Persone è presente nella nascita di Betlemme (IX), nella missione dei Dodici e dei loro successori (XIV), nella predicazione ecclesiale (XVI), nella Chiesa maestra di santità (XIX), nell’Eucaristia (XXI), nella vita eterna e nel giudizio finale (XXVIII, XXIX). Lasciando aperto il discorso sulle fonti di Don Alberione, in particolare a questo proposito ricorderei le opere di Mons. Ercolano Marini, arcivescovo di Amalfi, che in que

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gli anni pubblicò diversi lavori sulla presenza della Ss. Trinità nella vita cristiana, in uno stile di dignitosa divulgazione, che qualche volta Don Alberione citò facendoci lezioni, proprio in quegli anni. L’opera che ci consigliò anche di leggere è La Ss. Trinità nella vita cristiana (Amalfi, De Luca, 1939, pp. 140). Non è improbabile che si riferisse anche a qualcuna delle altre, come: La Ss. Trinità e la morte cristiana (Id., Ibid., 1939, pp. 52); La Ss. Trinità nei Sacramenti della Chiesa (Roma, Fraternità Sacerdotale, 1940, 2a ed.). Gesù Divin Maestro. – È il fulcro della spiritualità di Don Alberione e della Famiglia Paolina; nella “missione” del Figlio di Dio, incarnatosi nella storia, ma eterno come Verbo e come seconda persona della Ss. Trinità, egli addita il centro dell’opera redentiva come il centro della storia, la fonte della luce universale e della grazia che ristabilisce l’ordine divino turbato dal peccato. Il titolo preferito da Don Alberione non è tuttavia isolato dagli altri, proprio perché egli intende sempre portare innanzi un discorso globale; in esso però vede la ricapitolazione di tutti gli altri: sacerdote, vittima, medico, agnello, messia, taumaturgo, ecc. Nell’Incarnazione accumula la presenza del Messia, del Sacerdote eterno, del Maestro (VII); attraverso la scuola dell’esempio, a Nazareth, Gesù avvia la redenzione (IX), che poi rivela nella predicazione (X) e consacra solennemente nella Pentecoste (XV); i sacerdoti e predicatori continueranno sulla scia del suo insegnamento, per debellare il regno di Satana (XVI). Due sono le vie, egli è la Via magisteriale infallibile (XVII) che si esprime nella Chiesa (XVIII), nei Sacramenti (XIX) e in maniera preminente nell’Eucaristia (XX, XXI). La società civile deve orientarsi al suo insegnamento (XXIV), come pure la Chiesa con a capo il Papa (XXV). Nel Paradiso ha compimento la speranza che egli ci ha comunicata (XXVIII). Il Giudizio finale sarà la solenne epifania del suo insegnamento (XXIX), che nel pellegrinaggio eterno avrà compimento e felicità (XXX).

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La Ss. Vergine. – La mariologia di Don Alberione raramente si allinea alle affermazioni di carattere emotivo, benché non si possa escludere una motivazione di carattere antropologico, quale del resto è possibile reperirla nei grandi cantori della Madonna. Per lui è l’asse portante della storia della salvezza. Capolavoro della creazione, punto di orientamento dell’uomo e della comunità umana decaduta; la Madonna è tuttavia indicata come elemento di rilievo fin dal mistero nascosto dai secoli e che via via affianca tutte le manifestazioni della via salvifica (I, III, IV, VII, VIII, XV). È elemento fondamentale dell’ecclesiologia e della vita del Popolo di Dio (XVI, XIX), il quale è anzi affidato alle sue cure (XXIII). Ugualmente rilevante è la sua presenza nel pellegrinaggio eterno della escatologia (XXX).

Ecclesiologia. – Dopo quanto si è detto circa l’ancoraggio trinitario, magisteriale e mariologico della comunità umana, sarà sufficiente ricordare qualche riferimento più specifico. La Chiesa è continuatrice dell’opera degli Apostoli (XI). Pietro, capo del collegio apostolico, è capo anche della comunità credente, infallibile e indefettibile (XIV). L’integralità del discorso ecclesiologico è espressa attraverso l’applicazione ad essa della definizione di Gesù, cioè Via Verità e Vita dell’umanità (XIV; cf. XVI, XIX). L’amministrazione dei Sacramenti, sotto la guida della Ss. Vergine, corona (presso i destinatari) il progetto eterno di Dio nel cosmo (XXII).

Un giudizio complessivo

Se consideriamo la mole della Via humanitatis, non possiamo che indicarla come una delle opere minori di Don Alberione. In essa però è concentrata l’essenza del suo pensiero, al punto che basterebbe da sola a consentirci di valutare l’impostazione del suo carisma, della sua attività apostolica. In questo senso l’unico lavoro col quale ci sentiamo di parago

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narla è lo scritto autobiografico Abundantes divitiæ gratiæ suæ. Se questo è decisivo in ordine alla conoscenza della storia carismatica della Famiglia Paolina e del suo iniziatore, la Via humanitatis è altrettanto decisiva per la valutazione della sua spinta spirituale verso Dio e per la piattaforma della sua opera di evangelizzazione e di catechesi nel mondo d’oggi. Il fatto che egli si sia sentito impegnato a compiere sforzi finanziari e culturali tanto rilevanti, pur di veder espresso visivamente nel Santuario e in altre chiese il progetto teologico e antropologico concepito nella Via, è un segno eloquente dell’importanza che attribuiva a questa visione del mondo spirituale e di quello visibile. In queste poche pagine è descritto magistralmente il piano di molte delle opere culturali ed apostoliche che la Famiglia Paolina dovrà affrontare col trascorrere del tempo. Il programma di unificazione non solo delle scienze, ma di «tutte le cose» in Cristo, attraverso la Chiesa e per mediazione della S. Vergine, è segnato con esemplare precisione e con una carica spirituale irrepetibile e suggestiva. Una “meditazione” ch’egli dettò al momento in cui consegnava alla Famiglia Paolina questo “dono”, ci offre la possibilità di misurare l’importanza che dava all’opuscolo: il contenuto della Via humanitatis, egli diceva, «riassume tutta la storia dell’umanità, fino al compimento dei desideri di Dio ». E soggiungeva: «Seguendo questo, che è un riassunto di tutta la teologia, non avrete una pietà sentimentale, ma una sempre più soda, con pensieri larghi e profondi, quali devono avere le persone pie che vogliono imitare l’Apostolo Paolo». Sempre collegandosi con l’insegnamento dell’Apostolo, egli concludeva: «Certamente allargherà molto le idee e vi darà una pietà forte, robusta, secondo gli insegnamenti di S. Paolo »3

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3 Cf. Una meditazione di Don G. Alberione sulla “Via humanitatis”, riprodotta in appendice (pp. 147-149).

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