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I DUE SEGRETI DI DON ALBERIONE



(novembre/dicembre 1996)
La sera del 26 novembre 1971 - prima che il Papa Paolo VI di ritorno dalla visita a don Alberione morente, giungesse in Vaticano - il Fondatore della Famiglia Paolina rimetteva nelle mani di Dio Padre il suo spirito.
L'orologio segnava le 18,26. Le ultime parole lasciate in eredità ai suoi figli furono un invito alla speranza:
"Muoio... Arrivederci, Paradiso!".



A 25 anni dalla sua morte, questo umile sacerdote, che ha riempito il mondo delle sue opere e ha dato alla Chiesa "Nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni" (Paolo VI), resta per molti ancora sconosciuto. Almeno noi, membri di famiglia, chiediamoci quale sia stato il segreto del prodigioso sviluppo dell'Opera di don Alberione. Sono state pubblicate valide ricapitolazioni sulla sua vita e sulla sua missione. Ma restano pur sempre da scoprire aspetti e momenti degni di essere ricordati.
Don Alberione è l'unico Fondatore nella storia della Chiesa che ebbe la fortuna di vedere approvata e confermata da un Concilio Ecumenico, la sua Opera.

Si deve convenire che certe anime di apostoli, cui il Signore affida una missione di luce e di guida, come astri,  talora si eclissano, ma non si spengono: essi riappaiono trasfigurati nella luce di Dio e illuminano le nostre strade perché il procedere sia
sicuro e la meta raggiunta.Un giorno, nel lontano marzo del 1918, don Alberione parlando al piccolo gruppo di giovanetti che aveva accolto con sé, diceva: «Alzate gli occhi, mirate in alto: un grande albero di cui non si vede la cima: questa é la nostra casa, che è davvero un alberone; voi non siete che alle radici. La casa attuale infatti è soltanto la radice di questo grandissimo albero; voi siete ai piedi di una grande montagna; salitevi su, mirate l'orizzonte; è tutto il mondo».
Più che vedere, quei primi ragazzi credevano ciecamente al loro Padre e Maestro che qualche giorno prima li aveva stupiti dicendo così: «Due soli sono i miei fastidi: che io non sono ancora abbastanza buono e che voi non siete ancora abbastanza santi; tutto il resto non mi importa nulla, perché viene da sé. Venisse anche un terremoto a spianare la casa, questa risorgerà e si estenderà a tutto il mondo, nelle principali nazioni e durerà per secoli, perché Dio la vuole e vuole fare presto».
La Famiglia Paolina, novantadue anni fa,  piccolo granello di senape piantato nel campo della Chiesa in Alba perché germogliasse, è oggi un "alberone" i cui rami sono estesi in tutto il mondo. E' infatti presente in 63 nazioni, comprese Russia e Cina.
Quando ci si ferma a riflettere sulle tante difficoltà superate e sui risultati raggiunti non si può non avvertire che in questa crescita e in questa espansione vi è qualcosa di così sorprendente e, diciamolo pure, di così provvidenziale e divino che la mente non può non correre alla similitudine evangelica: "I1 regno di Dio è simile al granello di senape...".
Questo esprimeva un gruppo di notissimi Vescovi stringendosi attorno a don Alberione, nella basilica di San Pietro, dopo la proclamazione del Decreto "Inter mirifica" sui mezzi di comunicazione sociale: "La sua Opera è un miracolo".
E' un prodigio!
A ben considerare, prodigioso è il concepirsi e il generarsi della Famiglia Paolina nell'anima di don Alberione: solo da Dio poteva venire la Luce e la necessaria forza per attuarla.
- Prodigioso il suo nascere, all'inizio della prima guerra mondiale, nel giorno stesso in cui tutta la Chiesa era nel dolore per la morte del santo Pontefice Pio X.

- Prodigioso il suo svilupparsi. Un solo particolare: nell'immediato dopo-guerra 1915-1918, mentre ovunque si lamentava un calo di vocazioni, la Società S. Paolo, in Alba, dal 1922 al 1925 vedeva aumentare i suoi aspiranti da settanta a settecento.
- Prodigiosa la sua espansione nel mondo. Si pensi solo che i primi sacerdoti e discepoli, partiti per ripetere nelle varie nazioni quanto Dio, per mezzo loro, aveva operato in Alba, non avevano a loro disposizione che la benedizione del Fondatore, il mandato della sua obbedienza e la fede nella promessa del Divin Maestro: "Io sono con voi, non temete".E perché fosse sempre più chiara la certezza che tutto e solo era da Dio, il Fondatore così scriveva ad un sacerdote in partenza per un Paese oltre oceano per dare inizio a una fondazione: "So che siete buoni a nulla,  non vorrei che vi credeste buoni a qualcosa; questo io temerei, e temo e temerò".
- Prodigiosa l'approvazione stessa da parte della Chiesa, che la Provvidenza volle riservata sempre direttamente alla Persona dei Pontefici. Quale il segreto?
"La sua Opera è un miracolo", dicevano i Vescovi. Ma noi tutti sappiamo che se è vero che i miracoli li compie Dio e Dio solo, Egli esige da parte degli uomini disponibilità, cooperazione e totale fiducia. Chiediamoci perciò quale fu e resta il segreto di questo miracolo vivente che non mancò di stupire per primi gli stessi Paolini.

1) - Primo segreto: la Fede. "Tutto è possibile a colui che crede".


E' Parola di Cristo Gesù! "In verità vi assicuro, che se uno dirà a questa montagna: sollevati e gettati in mare e non esiterà in cuor suo ma crederà che quanto dice avvenga, avverrà".
La Famiglia Paolina è, prima di tutto, opera di fede evangelica. In un secolo di negazioni e di materialismo don Alberione capovolse la mentalità corrente e puntò direttamente tutto e solo su Dio.
Gli uomini hanno la "potenza", ma Dio è l'Onnipotente. Egli credette come Abramo e insegnò ai suoi figli a vivere di fede. In tono di dolce rimprovero un giorno del lontano 1918 ebbe a dire ai suoi giovani:
"Qualcuno di voi arriva fino a credere che Dio non ci lascerà mancare il pane, ma questa è una sciocchezza; bisogna credere che Dio compie e compirà cose ben più grandi per noi, se avremo fede in lui».
Espressione di questa fede/fiducia totale è il "Patto" che egli strinse con il Maestro divino, "Patto" che per tutti i paolini costituisce il "Segreto di riuscita".
Ecco come don Alberione ne parlava ai suoi giovani nel 1917: «Io vi invito a fare con il Signore un patto: studiare un' ora e imparare per quattro; voi non potete attendere solo allo studio; dovete anche attendere all'apostolato e, tuttavia, voi dovete sapere più degli altri per la missione che Dio vi ha affidato nella Chiesa. Non si impara soltanto quando si studia; Dio è libero nel suo operare e vuole usare con noi anche altre provvidenze. Chi non è disposto a fare così, chi non ha questa fede, vada a studiare altrove, dove potrà studiare quattro ore e imparare per quattro ore».
Ed ancora: «Nella via della santità si può progredire per uno, per cinque e anche per dieci. Vi ho insegnato come si moltiplica il tempo dello studio; ora dovete imparare a moltiplicare la vostra corsa nella via della santità, in ogni sforzo dovete progredire per dieci, questo è il nostro "patto" con Dio, poiché il Signore vi chiamò ad una santità altissima che non potete raggiungere con le grazie ordinarie. Dio lo vuole, credete! Chi crede, correrà».
A pensarci bene, se esiste nel mondo un capovolgimento dei più comuni principi della sapienza umana, questo lo troviamo attuato in don Alberione. Egli scriveva ai suoi:
"Cominciare a costruire le opere di Dio con il denaro in tasca è una ingenuità... Questo è opera di banchieri, non di apostoli. Bisogna cominciare con la fiducia in Dio". E,  forte di questa fede, diede inizio alla fondazione dell'Opera, nel 1914, con settanta lire di debito.

"Godo nel sapere che siete sempre obbligati a fidarvi solo di Dio. Dio dà sempre abbastanza; nel portafoglio si potrebbe invece sempre trovare meno dell'occorrente, anche foste danarosi. Nessuno quindi al mondo è in condizione più privilegiata di voi".
E in altra circostanza:
"Le Opere divine sono diverse dalle umane; le prime, quelle divine, hanno il vertice della piramide in giù; le seconde, invece, hanno la base in giù; perché le prime fissano la base in Dio; le seconde, sulla terra».
Don Alberione e i suoi figli hanno portato ogni giorno in cuore il grido di San Paolo: «Io so a chi ho creduto e sono certo...! Tutto posso in colui che mi dà forza» (Fil 4,13).

2) - Secondo segreto: il Tabernacolo.


Don Alberione stesso lo rivela ai suoi figli e figlie:

«Siete nati dall'Ostia e finché l'Istituto si manterrà nello spirito della primitiva aspirazione, conserverà il suo vigore, continuerà a compiere la sua missione: luce dal Tabernacolo, forza dal Calice, grazie e guida dall'Ostia».
Non a caso la prima luce che brillò nell'animo del sedicenne Alberione per l'Opera che Dio lo chiamava a compiere, fu durante quattro ore di adorazione nel freddo duomo di Alba, nella notte tra i due secoli.
Con un'ora di adorazione nacque la Famiglia Paolina nel lontano 20 agosto 1914. Don Alberione aveva 30 anni, l'età di Gesù all'inizio della sua vita pubblica. Come il Divin Maestro, anch'egli cominciava con due discepoli: Tito Armani e Giovanni Costa.
Un'ora di adorazione tenne a battesimo nel 1918 il primo numero del "Cooperatore Paolino", e con un'ora di adorazione inizierà l'apostolato del cinema. "Siete nati dall'Ostia santa". La vita eucaristica è legge di vita  paolina.
Tutta la Famiglia Paolina ha un'anima eucaristica, poggia ed è radicata, ha vita dal Maestro divino presente nel mistero eucaristico.
L'opera delle sante Messe quotidiane, insieme alle adorazioni ininterrotte davanti ai Tabernacoli sempre aperti, sono la linfa che alimenta la vita dell'Istituto.
Confortante certezza!
"Noi, dei Santi - scriveva il Beato Timoteo Giaccardo -siamo talora critici o storici o letterati come si fa di un monumento antico: eppure essi vivono in Gesù Cristo, non solo nella sua gloria, ma anche nelle sue preghiere e nella sua azione vivificante nella Chiesa, di modo che la missione da essi iniziata imperfettamente nella vita, si completa e perfeziona nella morte".
Questa certezza ci allieta e ci conforta perché il testamento spirituale di don Alberione diventa la nostra carta di credito presso Dio per la missione a cui siamo stati chiamati:
"Voglio essere un buon Paolino, almeno in cielo: lassù sarò fratello dei fratelli. Chiedo fin d' ora di soccorrere di là quanti useranno i mezzi più celeri e fecondi di bene".


Sac. Stefano Lamera

Un testamento spirituale
A compendio di tali pensieri giova ricordare due testi molto citati, ma sempre attuali e carichi di significato. Il primo è dello stesso Don Alberione, il secondo di Papa Montini.
Don Alberione: "La mano di Dio sopra di me [cf Ez 1,3]... Sento la gravità, innanzi a Dio e agli uomini, della missione affidatami dal Signore... Siamo fondati sulla Chiesa ed il Vicario di Gesù Cristo, e questa convinzione ispira sicurezza, letizia, coraggio... Sempre [fu] iniziata la nostra vita in Gesù Cristo e come Gesù Cristo nel presepio: "Gloria Deo, Pax Hominibus...". Posso accertare tutti che tutto, solo, sempre è stato fatto con la luce del Tabernacolo ed in obbedienza; le approvazioni poi della Chiesa ci assicurano che le istituzioni sono buone e possono portare alla santità e sono conformi ai bisogni dei tempi (UPS I, 374-375).

 

"Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera (secondo la formula tradizionale "ora et labora"), sempre intento a scrutare i "segni dei tempi", cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con mezzi moderni".

(Paolo VI, Udienza del 28.6.1969).